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Le dottrine

6. L'esame delle dottrine sul sindacalismo deve essere condotto non attraverso un confronto tra ideologie, bensi' impiegando la dottrina come strumento di interpretazione della realta. Da questo punto di vista, e' possibile sviluppare una sobria classificazione, fondata sulle dottrine, siano o non munite di supporto di ricerca, che di volta in volta sono state o sono impiegate per assolvere questo compito.
I "classici". La prima interpretazione scientifica del sindacalismo e' stata quella elaborata in chiave di dottrina economica da Sidney e Beatrice Webb. Il sindacalismo, nel quadro teorico elaborate da tali autori, viene costruito sull'accertata necessita' di contenere la pressione del mercato del lavoro (the higgling of the market) che preme sull'anello piu' debole della catena competitive. La concorrenza nel mercato del lavoro si presenta frammentata e atomizzata e costretta in un circuito che tende inevitabilmente al ribasso. Il fattore di equilibrio e' la risultante dell'intervento di tre linee di azione costituite da: (a) la restrizione degli accessi (the restriction of number) che e' la forma piu' antica di resistenza, propria delle organizzazioni di mestiere, dove la restrizione viene praticata soprattutto attraverso tecniche ferree di regolazione dell'apprendistato; (b) la regola comune (the common rule), in cui il mercato e' aperto a tutti, ma tutti devono sottoporsi a pari condizioni di lavoro e retributive: in sostanza, e' il metodo che si affermera' soprattutto attraverso la contrattazione collettiva e che conserva a tutt'oggi la sua vitalite'; (c) l'intervento legistativo (the legal enactment) che impone a tutti la regola comune, anche tenuto conto del fatto che nel Regno Unito i contratti di lavoro non avevano e in parte non hanno tuttora efficacia giuridica. In conclusione, va dato atto che la dottrina degli Webbs, costruita sulle solide basi di una ricerca storica ed empirica intorno alle pratiche dell'unionismo [Webb e Webb, 1897], ha creato le fondamenta di conoseenza dell'organizzazione e dell'azione sindacale e in particolare della prassi della contrattazione collettiva.
La "scuola del Wisconsin", alimentata dalle forti personalita' di John R.Commons [1918] e di Selig Perlman [1928], opero' anch'essa nei primi decenni del secolo. Il campo di osservazione e di invenzione teorica apparve radicato soprattutto sull'esperienza nordamericana, fortemente atipica rispetto a quelle curopee. La dottrina del Wisconsin interpreto' in modo esatto le ragioni del sindacalismo di mestiere, gia' da quando individuo' il momento di nascita dell'unionismo non nell'industrialismo incipiente, bensi' nella costrizione di un mercato del lavoro sottoposto alla pressione del capitalismo mercantile e preindustriale. La solidarieta' appariva pertanto fin dagli inizi orientata non sulla classe o su obiettivi di trasformazione sociale, bensi' intorno alla "coscienza della scarsita'" e alla conseguente resistenza collettiva ispirata dalla, job consciousness (v. § 4). Il sindacato americano, correntemente definito come business unionism o "sindacalismo del pane e burro", si plasma in questo modello che mantiene la sua continuita' anche a fronte della rivoluzione determinate dall'ascesa del sindacalismo industriale. Le radici di esso presentano caratteri di autoctonia, seppure intrecciate in varia misura con l'influenza esercitata dagli intellettuali e le aspirazioni rivoluzionarie o riformiste da questi immesse nel mondo del lavoro anche attraverso l'immigrazione; esso e' rimasto peraltro capace di decisiva resistenza a fronte dei reiterati tentativi di convogliare l'esperienza sindacale sul piano della piu' ampia solidarieta' di impronta laburista o socialista. Come negli autori prima menzionati, e negli Stati Uniti in misura anche maggiore, il baricentro dell'azione sindacale si pone prevalentemente nella contrattazione collettiva, tenuto anche conto dell'ostilita', storicamente comprovata, del sistema politico americano a fronte del riformismo sociale attuato per via legislative.
Appartengono al contesto dei classici le opere degli autori di ispirazione marxista, anche se meno netta, rispetto a quelle prima menzionate, e' la linea di demarcazione tra letteratura scientifica e letteratura militante. I tre grandi filoni fanno capo anzitutto, naturalmente, all'opera di Marx ed Engels, dove l'azione sindacale e' peraltro percepita come propedeutica a quella politica, nei suoi aspetti di patingenesi rivoluzionaria. Non va comunque trascurato il grande apporto delle scienze sociali che fu costituito dall'analisi delle condizioni della classe operaia in Inghilterra [Marx 1867-1894], analisi che fu in un certo senso preparatoria all'incipiente resistenza sindacale.
Gli sviluppi della dottrina marxista vengono dunque registrati in tre aree: la prima, propria dell'anarco-sindacalismo, che genero', come sopra ricordato (§ 5), un movimento di grande impatto nei primi decenni del secolo e venne fortemente influenzata da serittori di notevole rilievo [Sorel, 1908; Leone, 1910; Arturo Labriola, 1926], non sempre risultati estranei, per incroci paradossali, ad influenze delle dottrine fasciste; la seconda, che attraverso l'impianto leninista, condusse alla condanna ex cathedra del sindacalismo rivendicativo [Lenin, 1902]; la terza, di cui fu protagonista il socialismo della Seconda internazionale e che si rispecchio' nel modo piu' efficace nell'opera, anch'essa militante, ma rimasta minoritaria, di Eduard Bernstein [1899], mentre invece il parallelo riformismo della scuola Fabiana, di cui era stata parte attiva la stessa coppia degli Webbs, esercito' una immediate e profonda influenza.
Gli "economisti". La riflessione sull'esperienza sindacale si approfondisce naturalmente nei decenni successivi e riceve un'impronta duratura dalle dottrine contemporanee. Tra queste ultime, una posizione di rilievo acquista una ricerca avviata da autori di prevalente formazione economica, presso alcune prestigiose sedi universitarie americane. L'opera conclusive, scritta a quattro mani [Kerr e altri, 1960], conduce a definire una summa conoscitiva costruita su un ambizioso obiettivo di sintesi orientato in senso universalistico e in parte almeno metastorico. Il fenomeno sindacale e' condotto ad inquadrarsi nell'ambito di una teoria generate delle relazioni industriali, il cui oggetto viene isolato e identificato nella rete delle regole (web of rules) che convogliano l'azione dei tre attori: management, sindacato, governo. Esse operano in un quadro di relazioni capaci di autosviluppo pur essendo assoggettate alle costrizioni, individuate dagli autori nella tecnologia, nel contesto economico e di mercato, nella distribuzione del potere. Il fattore differenziale viene comunque identificato nella presenza, combinata o alternativa, di cinque diverse elites dominanti: feudale, coloniale, fascista, democratica occidentale, comunista. In questo quadro concettuale, le relazioni industriali e in esse, naturalmente, il sindacato, rivelano una innata tendenza ad uniformarsi. Segno di questa tendenza e' la teoria del declino dello sciopero [Ross e Hartmann, 1960], che tuttavia negli anni '60 avrebbe finito per ricevere una smentita clamorosa. La teoria dei quattro autori fu coeva con un'opera, pubblicata da parte di uno di tali autori [Dunlop, 1958], che ottenne un notevole successo soprattutto come referente di un modello di ricerca largamente impiegato.
La "scuola di Oxford". La sede di ricerca piu' feconda, dopo la fase iniziale di impronta americana, si trasferisee nella "scuola di Oxford", con forti influenza dalla e nella London School of Economics, gia' culla del fabianismo. La scuola di Oxford [Clegg e altri, 1980] puo' essere considerate come la sede piu' influente dell'orientamento ispirato al pluralismo istituzionale ed a quello che fu definito laissez faire collettivo, ed esprime in larga misura il clima dei decenni postbellici, caratterizzati dalla piena occupazione e - soprattutto nel suo principale referente geografico - da un'accentuata conflittualita', prevalentemente di tipo unionista. Procedendo oltre i limiti teorici degli Webbs, che avevano indicato la legislazione come sbocco finale dell'azione del sindacato, gli autori ora in esame, sulla scorta dell'esperienza britannica, propongono la contrattazione a modello tipico, destinato peraltro ad esercitare una profonda influenza ben oltre i confini geografici di tale esperienza. Una forte influenza ebbe anche - e un forte impulso ricevette - negli anni '60, l'elaborazione del rapporto della Royal Commission che prese il nome da Lord Donovan e che costitui' una base anche teorica in cui trovarono assestamento i dati concreti dell'esperienza sindacale di tale paese. Il sindacato appare principalmente come agente del mercato del lavoro che opera attraverso lo strumento della contrattazione, controllando in forma tendenzialmente monopolistica l'offerta di lavoro. In questo le parti sociali assumono una funzione di "legislatore" privato, ma alla base dell'azione di essi si pone il conflitto industriale, da cui, a guisa di output, scaturisce la posizione delle regole [Clegg, 1979].
I "sociologi". Pur non approfondendo in modo specifico il tema del sindacato e dell'azione sindacale, l'opera di Dahrendorf [1959, tr. it. 1963, p. 430 ss.; Bendix e Lipset, 1968] ha esercitato una profonda influenza, nel momento in cui ha individuato la radice del conflitto industriale nel rapporto di autorita' in luogo di quello di classe. Questa infatti prescinde dalla fonte di investiture dell'autorita' stessa, si tratti di proprieta' privata, dello stato, ovvero del management o di altra fonte. Il punto essenziale e' il conflitto di interessi che, nella veste di conflitto industriale, costituisce a sue volta il principale fattore genetico del sindacato la cui azione tende poi ad articolarsi in varie forme; tra i meccanismi di democrazia industriale, l'autore osserva con particolare interesse quelli della cogestione in Germania. La teoria di Dahrendorf ha dato come esito principale la separazione del conflitto industrials dall'idea del conflitto di classe ed ha localizzato il primo in un ambito specifico e proprio, generando quindi il fenomeno definito come "isolamento istituzionale del conflitto".
Le dottrine pluralistiche e conflittualistiche furono sottoposte ad una dura prova, quando, sul finire degli anni '60, ebbe luogo una riemersione sia della dottrina marxista, sia dell'antagonismo di classe anche nell'ambito sindacale. Queste tendenze furono interpretate da Pizzorno che, sulla base di una rigorosa ricerea sull'autunno caldo italiano [Pizzorno e altri, 1978], giunse anche a conclusions teoriche di rilievo. La reviviscenza conflittuale, dopo la profezia risultata sbagliata del progressive declino del conflitto, per questo autore ebbe causa nella formazione, specialmente in Italia, in condizione di piena occupazione e con notevole ritardo storico, di un nuovo strato di manodopera a bassa qualificazione, che forni' una forte spinta verso la politicizzazione dell'azione sindacale stessa. E' in tale contesto che si affermarono le nuove identita' collettive, di cui l'analisi di Pizzorno ha offerto un'importante analisi. E, con le nuove identita' collettive, si affermano orientarnenti egualitaristici e domande di controllo sull'organizzazione del lavoro. In questo il sindacato appare impegnato in un rapporto con la base che si prospetta come una riserva di militanza per ii sindacato stesso.
Pur a fronte di condizioni ormai sensibilmente modificate, le conclusioni hanno fornito ulteriori e feconde chiavi interpretative per il fenomeno sindacale. In particolare, esse appaiono sviluppate da Crouch [Crouch e Pizzorno, 1977] il quale elabora la teoria dei "cicli di militanza" che supera largamente i limiti dell'osservazione condotta sugli anni della contestazione ed estende il reperimento delle nuove identite' collettive ben oltre le aree del lavoro industriale, per investire il pubblico impiego e parti di quello terziario, anche nelle componenti in genere identificate come "corporative".
Lo "scambio politico". Una piu' recente dottrina, anch'essa fondata sull'osservazione empirica, inquadra l'esperienza sindacale nell'ambito del modello neocorporativo o dello "scambio politico" [Schmitter; Tarantelli, 1986]. Questa dottrina trae alimento dalle esperienze di politica dei redditi compiute negli anni '70 sotto la pressione della crisi petrolifera e del conseguente esaurimento della fase di crescita che aveva dominato gli anni postbellici. In essa, sindacati, imprenditori e governo definiscono obiettivi comuni che formano materia dello scambio e principalmente: stabilita' dei salari e dei redditi da lavoro in contropartita con occupazione e politiche sociali. La strategia neocorporativa conduce ad una forte valorizzazione del sindacato e della sua funzione rappresentativa. Il sindacato diviene agente o soggetto politico, pur in un comportamento contrassegnato in genere da una forte autonomia rispetto ai soggetti politici, governo, parlamento e partiti. Ma tale scelta pone naturalmente gravi problemi di rapporto con la base e con la militanza. In questo senso, piu' che una dottrina del dover essere o comunque una teorizzazione di stabili linee di tendenza, il neocorporativismo, che assume aspetti vari nei diversi paesi, presenta anche, salvo alcune eccezioni localizzate soprattutto in paesi di dimensioni minori e con forte coesione sociale, un notevole grado di instabilita'. Esso rivela un'identita' del sindacato come organizzaione che, avendo come presupposto una solida democrazia parlamentare, la integra con forme piu' o meno accentuate di partnership sociale, sebbene molto raramente calate nella forma istituzionale.
Il "sindacato partecipativo". Le piu' recenti tendenze dell'esperienza sindacale, che tuttora possiamo considerare in formazione e certamente non consolidate da una dottrina compatta, emergono soprattutto dai grandi mutamenti in corso dell'organizzazione del lavoro e del mercato e sono indotte dal superamento delle forme di produzione di massa e di organizzazione parcellizzata che erano state determinanti nell'evoluzione del sindacalismo a partire dal periodo delle due guerre. La specializzazione flessibile, la lean production, il lavoro di gruppo, il tutto prelude a forme di partecipazione che gia' sul terreno dell'organizzazione del lavoro possono avere forte incidenza sui comportamenti dei lavoratori e, in via mediata, sulle loro organizzazioni.
Il nuovo modo di produzione puo' porre in essere, come in effetti avviene, una sfida ai comportamenti tradizionali del sindacato e puo' addirittura minarne le basi, oppure indurlo a cercare le vie nuove capaci di interpretare le nuove domande. E' un'area tutta problematica, sovente inquinata da improvvisazioni meramente verbalistiche. La stessa terminologia "partecipativa" risulta nell'insieme poco espressiva, perche' il tema, in realta', appartiene gia' al XXI secolo e non e' in questa sede, non dedicata ai futuribili, che puo' essere adeguatamente presa in considerazione. E, procedendo oltre, la crescente utilizzazione di forme salariali a partecipazione ha anch'essa una bivalenza, apparendo pienamente integrabile nella prassi della contrattazione collettiva, oppure orientabile allo scopo di liberare la direzione dalla pressione antagonista del sindacato.

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